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Out of Site


OUT OF SITE
Fictional Architectural Space
di Tommaso Michieli


Il New Museum of Contemporary Art, al 583 Broadway, New York, ha ospitato dal 27 Giugno al 13 Ottobre 2002 una mostra dal titolo "OUT OF SITE". Anne Ellegood, la curatrice, nel descriverla dice "le opere presenti in Out of Site vanno dall’ottimismo al paranoico timore, ma ciascun artista interpreta il largo scenario di possibilità e sfide con cui dobbiamo confrontarci tutti quotidianamente".
Il tema è lo sviluppo nel campo tecnologico e delle comunicazioni, la sfocatura tra reale e virtuale, tra interno ed esterno, tra naturale ed artificiale, tra locale e globale. Quello che è significativo è che di questo tema prettamente architettonico se ne occupino questa volta degli artisti, che cercano di trovare delle possibili risposte riorganizzando e riarticolando lo spazio attraverso l’utilizzo di differenti media. Gli spazi, definiti "fictional", presentati nei lavori degli artisti di Out of Site fanno riferimento ai grandi sogni utopici, alla fantascienza e al dibattito architettonico che si è sviluppato negli ultimi anni.
Le opere sono eterogenee: vanno dai lavori di pittura alla fotografia digitale, dalle proiezioni video alle sculture-installazioni. Gli artisti presenti provengono da tutto il mondo: Haluk Akakace, Ricci Albenda, Aziz + Cucher, Nina Bovasso, Stephen Hendee, Cannon Hudson, Craig Kalpakjian, Patrick Meagher, Julie Mehretu, Matthew Northridge, Sven Pahlsson, Adam Ross, Danielle Tegeder, Shirley Tse, Kevin Zucker.

È il 1984 e William Gibson pubblica "Neuromante", romanzo in cui viene coniato il termine "cyberspace" (letteralmente spazio navigabile), per il mondo non-fisico, nuovo concetto che rapidamente entrerà a far parte del pensiero collettivo.
Lo sviluppo tecnologico di questi ultimi anni e la sempre più diffusa facilità d’accesso all’innovazione digitale hanno portato ad un profondo mutamento culturale, che ha alterato in maniera definitiva il modo in cui percepiamo e rappresentiamo lo spazio. La principale manifestazione di questo cambiamento è la quotidiana esperienza con le nuove tecnologie integrate, che sono caratterizzate da un incredibile aumento della velocità di spostamento nello spazio, dalla possibilità di visualizzare in maniera simultanea differenti prospettive, dal sovrapporsi di finestre di dati ed informazioni visive, dagli ipertesti non lineari, dall’abbattimento delle barriere fisiche e temporali, dai nuovi morphing formali, dal sistema di navigazione interstiziale. Oggi, mentre fino a poco tempo fa erano considerati opposti, lo spazio reale e quello virtuale si influenzano reciprocamente ad un livello talmente sofisticato che ormai è superficiale formulare un discorso dialettico.

Gli artisti di Out of Site costruiscono architetture e topografie "fictional". È proprio il fatto che tutti gli artisti utilizzino l’architettura per investigare come la crescita della cultura digitale, della realtà virtuale e della globalizzazione abbiano condizionato la nostra cultura che dà a questi lavori particolare rilevanza per la ricerca architettonica. Il cuore della mostra è lo spostamento avvenuto nella comprensione prospettica e nelle interrelazioni spaziali da parte degli artisti contemporanei. Il riferimento immediato è Brunelleschi che, con la scoperta della prospettiva centrale, ha permesso agli artisti del primo Rinascimento di dipingere con un’accuratezza mai raggiunta prima lo spazio reale su un piano bidimensionale. Allo stesso modo, come sostiene Elizabeth Grosz "forse la più sorprendente trasformazione portata dalle nuove tecnologie è il mutamento nella nostra percezione della materialità, dello spazio, e dell’informazione, che direttamente o indirettamente va ad influire su come noi comprendiamo l’architettura, l’abitazione e il paesaggio costruito". Quindi per nulla a caso gli artisti presenti si rivolgono all’architettura per comprendere il mondo in cui viviamo e magari per azzardare delle previsioni per il futuro.
Gli spazi presentati nella mostra sono "fictional" in quanto non si riferiscono a contesti esistenti, piuttosto sono la rappresentazione della quotidiana esperienza di navigatori dello spazio – nelle nostre case, nei nostri uffici, nei video games, e negli spazi virtuali.

Nei quadri di Adam Ross la città è inserita in un vasto paesaggio caratterizzato, a differenza di quanto fa Malevich, diretto riferimento, in un omogeneo colore tipico della cultura digitale come il rosso vermilio, il blu virtuale e il porpora. A parte una leggera linea dell’orizzonte gli edifici sono protesi verticali e paiono fluttuare in un vuoto artificiale, creando una tensione assolutamente palpabile tra la densità e l’iper-organizzazione geometrica delle forme. Ironicamente, la costante marcia del progresso nei mondi creati da Ross ha portato alla creazione di uno spazio fortemente statico. Nonostante l’implicita presenza di velocità e movimento, in questi quadri, gli elementi individuali non sono apparentemente connessi, sono stratificati e posizionati nello spazio, ma non esiste una matrice o un sistema di riferimento che li connetta. La città tecnologica di Ross pone l’interrogativo di base se l’essere umano sia ancora indispensabile in un paesaggio così tecnologicizzato, e non a caso nelle sue pitture non vi è alcun accenno a personaggi umani.

L’installazione di Stephen Hendee si caratterizza per il delicato bilanciamento tra formazioni naturali e spazi digitali. Nel caso di Out of Site l’installazione si riferisce direttamente al contesto del museo, che appunto sorge su un’antica formazione rocciosa. Hendee mette in gioco pannelli di plexiglass, nastro adesivo nero e luci colorate fluorescenti per formare caverne tecnologiche e formazioni che ricordano la crescita organica dei cristalli di quarzo. Questi spazi ricordano quelli di film fantascientifici come Tron (1982). Gli ambienti architettonici anonimi di Hendee sono complesse reti di di cellule mutanti in maniera esponenziale, che rivelano infiniti vettori, multidimensioni e prospettive distorte. La sua consapevolezza spaziale del paesaggio costruito è ugualmente debitrice al movimento moderno, al web design, agli strumenti di programmazione infrastrutturale, alla letteratura di fantascienza, nei quali le nozioni di infiniti spazi e di iperealtà sono costantemente e visivamente articolate.

UnitBead 2.0 è l’installazione di Patrick Meagher ed è un mondo sferico in vrml costituito interamente di frammenti postindustriali che vanno a costruire un paesaggio perpetuamente fluttuante. Questa sua installazione tridimensionale navigabile, avvicina il visitatore di Out of Site ad un’esperienza di immersione nella realtà virtuale senza tuttavia dover indossare particolari apparecchiature, ma semplicemente attraverso un mouse ed una triplice proiezione a grandezza naturale. Interessante è consapevolizzarsi che ciò che a prima vista può apparire come l’interno di un ufficio, la facciata di un edificio, o un labirinto di corridoi è in realtà il frutto di una manipolazione e di un processo di scaling dal micro al macro.

Lo sfocamento del confine tra spazi reali e virtuali è il tema che viene esplorato dal lavoro di Craig Kalpakjian. Gli interni dei suoi uffici sono familiari all’osservatore al punto da far supporre che siano luoghi reali. Ma un esame più accurato rivela che questi spazi ermetici, di muri spogli, specchi, pavimenti in linoleum sono semplicemente accennati. Kalpakjian è abile ad includere dettagli come le prese elettriche, gli impianti di condizionamento e altri elementi distintivi di un edificio: nonostante l’osservatore all’inizio possa non accorgersene, l’artista inserisce degli indizi che permettono di capire che il luogo è totalmente artificiale. Una grande hall invece di avere l’accesso agli ascensori e alle scale ha solamente una piccolissima porta chiusa. In molte immagini la luce diviene elemento determinante e rende tutto una sorta di incubo notturno in cui ciascun corridoio conduce solamente alla sua immagine riflessa in uno specchio, creando così un vortice spaziale. Kalpakjian utilizza programmi tipici dell’architettura come FormZ e Lightscape.

Creano una certa inquietudine i lavori di Aziz + Cucher che, in una serie di fotografie digitali, di pianerottoli, scale, corridoi, rivestono le superfici costruite con una texture di pelle umana. In un primo momento la precisione geometrica e le tinte familiari degli spazi non fanno notare il dettaglio, ma questa confortante illusione svanisce presto, quando ci si rende conto dei dettagli della pelle, le grinze, i nei, i pori, alcuni peli, sparsi sui muri e sul pavimento. In questa sconcertante visione di quale potrebbe essere il futuro delle biotecnologie, Aziz + Cucher si pongono dalla parte della letteratura di fantascienza. Ma è decisamente più importante notare come questa metafora serva per far capire la relazione tra corpo umano e architettura.

Nella sua animazione digitale in 3D, Sven Phalsson ci porta in un viaggio attraverso un immaginario paesaggio suburbano denominato Sprawlville. Questo luogo fisicamente non esiste su nessuna mappa degli Stati Uniti eppure potrebbe rappresentarne infiniti, essendo infatti ricco di tutti quegli elementi tipici dello stile di vita suburbano americano, come case a schiera totalmente omogenee, shopping malls lungo le autostrade, insegne luminose al neon, grandi centri commerciali circondati da enormi parcheggi. Per creare questo luogo, Phalsson ha utilizzato sistemi di modellazione digitale comunemente utilizzati in architettura, che lui vede come la causa della progettazione in serie che ha lentamente reso desiderabile la ripetizione formale. Attraverso questo video l’artista cattura il generale stato di ansia della vita suburbana, in cui tutto l’ottimismo che viene offerto alle persone è lentamente oscurato dalla realtà di un’utopia fallita: le finestre sono protette da grate, sono stati installati sofisticati sistemi di sorveglianza, le case sono tate recintate.

Polymathicstyrene di Shirley Tse è una sorta di mensola continua installata lungo i corridoi del museo; su questa superficie prende vita una topografia articolata di forme scolpite in delle lastre azzurre di polistirene espanso. Il visitatore, percorrendo i corridoi della galleria, può avere una visione aerea del paesaggio creato dall’artista, un paesaggio costituito da forme rigidamente geometriche che si fondono con altre più fluide, creando via via labirinti, edifici, palazzi, valli, arene.

Impossibile negare l’importanza e la ricchezza di stimoli che una mostra come questa può fornire a chi si occupa di architettura. Gli interrogativi che questi artisti pongono al mondo dell’architettura sono assolutamente primari per un aumento della consapevolezza disciplinare.
Quello che emerge da questa esposizione è come in fondo per parlare di digitale non sia necessario utilizzare un computer e che l’analisi dell’influenza dei nuovi media nella nostra vita pare il punto focale della questione. L’architetto, a questo punto, invece di indugiare ancora nell’acquisire sempre maggior dimestichezza e confidenza con la modellazione di forme sempre più complesse e sofisticate, dovrebbe forse, come suggeriscono questi artisti, fermarsi a riflettere su quali saranno i profondi cambiamenti sociali, etici e psicologici già in atto nel complesso presente che stiamo vivendo.


Tommaso Michieli
info@studiopiuma.it


Si ringrazia Rebecca Metzger per l'attiva collaborazione.

Le immagini, estrapolate dal catalogo della mostra, a cura di Anne Ellegood, sono state cortesemente fornite dal New Museum of Contemporary Art di New York.

 

 Tommaso Michieli
Tommaso Michieli (Udine 1977), laureando IUAV, fonda nel 1999 lo Studio +MA assieme a Chiandussi, D’Asero, Palozzo, Varagnolo. Collabora a diverse iniziative culturali come “Qualità Sostenibile”, “120m3dspazio”. Nel 2002 è impegnato ad organizzare e curare per lo Studio +MA assieme a Collaboratorio e Next01 la mostra di architettura digitale "terra.trema" a Gemona del Friuli. Attualmente, oltre a continuare la pratica di progettista architettonico per Studio +MA, è curatore di "new made in Italy - 8 architetture parellele", libro di prossima uscita.
il sito ufficiale di Studio +MA
 
 la mostra che continua
"Out of Site" è stato recentemente riallestito alla Henry Art Gallery dell'Università di Washington, a Seattle. È visibitabile fino al 2 Febbraio 2003.
la recensione dell'evento espositivo su AbsoluteArts
 
le opere:

Adam Ross
 

Stephen Hendee
 

Patrick Meagher



Craig Kalpakjian


Aziz + Cucher


Sven Phalsson



Shirley Tse

 
 

 
 

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