v4.2   <%=Date()%>

home

 

eventi

concorsi

minotauro

hard&soft

tools

 
 
homecopertina

 
 
Architettura e Pixel


Nuove prospettive di comunicazione nello scenario urbano
di Francesca Oddo

 

“I diversi elementi dell’Instant City dovranno a loro volta suddividersi per formare un sistema radio-visivo, una rete trasparente che copre il cielo e si accende di tanto in tanto trasmettendo immagini".
Archigram

L’architettura è come un libro seducente, capace di comunicare e di attrarre per i suoi contenuti. Da sempre. Con intenzioni, strumenti e tecnologie che si evolvono nel tempo e contribuiscono ad arricchire il narrato compositivo: l’architettura comunica con la città e trasmette ai suoi cittadini il senso della continuità storica.
Oggi, nella società digitale e dell’informazione, essa stabilisce legami linguistici e di funzione con soluzioni tecnologicamente avanzate e per questo potenziali strumenti per concepire un ricchissimo ventaglio di scelte compositive. Nasce un nuovo paradigma comunicativo: il prospetto assume le sembianze di uno schermo e, con dinamiche paragonabili a quelle della cinematografia, racconta storie, veicola messaggi pubblicitari, informa su eventi, su condizioni climatiche: ‘informa’.

1977. Il sogno dell’architecture mobile fa il suo ingresso a Parigi: è il Beaubourg di Piano, con Rogers e Gianfranco Franchini. Definito da Zevi come "un supermercato dell’arte" e da Bakema simile a "un supermercato specializzato nella vendita di tubi", rapisce, indigna, ammalia, portando con sè l’euforia e la speranza di poter disegnare abiti rivoluzionari per l’architettura. Tuttavia rimane solo su carta, per contingenze economiche, l’idea di rivestire la facciata di schermi a led capaci di trasmettere informazioni e immagini da tutto il mondo (così come la volontà di rendere mobili i piani orizzontali in funzione delle diverse necessità dettate dagli eventi). In uno dei disegni di progetto campeggiava a grandi lettere sulla facciata la scritta "Computer Tecnique".

© photo Centre Pompidou

Centre George Pompidou, Piano, Rogers, Franchini, Parigi, 1977
“L’evolutività è il tratto distintivo della geografia spaziale: niente è rigido, immutabile; il contenitore è flessibile, articolato in modo da adattarsi ai rapidi sviluppi del concetto di informazione e di comunicazione.” (Massimo Dini)


1986. Avvolta in un cilindro di allumino perforato e circondata da dodici anelli al neon rivestiti da lastre riflettenti in materiale acrilico, la Torre dei Venti di Toyo Ito, nei pressi della stazione di Yokohama, modifica l’immagine del suo prospetto tramite 1280 piccole lampade sensibili all’intensità e alla variazione del vento, della luce, della temperatura e al numero dei decibel prodotti dal traffico urbano. Una sorta di meraviglioso caleidoscopio studiato da Ito in collaborazione con il TL Yamagiwa Laboratory e governato da due computer installati ai piedi della torre.

© photo Shinkenchiku

Torre dei Venti, Toyo Ito, Yokohama-shi, Kanagawa, 1986
“Sono da sempre interessato al flusso e al movimento. Lo spazio urbano è composto da strutture architettoniche ‘statiche’, attraversate però da flussi eterogenei di informazioni, come persone, oggetti o elementi naturali, come l’acqua e il vento che creano uno spazio ibrido e immateriale. Nessuna immagine può racchiudere i suoi infiniti linguaggi, divenuti sempre più ‘immateriali’.” (Toyo Ito)


Un’architettura che pulsa come il cuore di un organismo in risposta agli stimoli dell’ambiente esterno. Pulsa, si agita, comunica. Con la città, con i cittadini. "C’è una rivoluzione rispetto alla storica immutabilità alla quale l’architettura legava la sua identità – sostiene Ito - [...] oggi la società si muove molto velocemente. L’architettura deve rappresentarla, e dunque pensare se stessa diversamente. [...] Do molta importanza al fluttuare, alla trasparenza. Con questi termini vorrei indicare il tentativo di collocare un’architettura all’interno di un ambiente in continua trasformazione. […] L’architettura deve cambiare come l’ambiente che la ospita."

© photo K. Tahara, Vanessa Isabel Mueller

Fondazione Cartier, Jean Nouvel, Parigi, 1994

“Se ho tre piani di vetro in parallelo, che cosa vedo? C’è un gioco di riflessi nell’edificio Cartier che è la conseguenza di certe immagini sovrapposte, astratte, virtuali, che finora abbiamo visto apparire solo sui computer” (Jean Nouvel)


1994. A proposito della Fondazione Cartier, Jean Nouvel racconta in un’intervista rilasciata a Rai Educational: "L’edificio gioca sulla relazione virtuale-reale. Ciò che lo caratterizza sono quei tre piani di vetro paralleli basati sull’ambiguità di lettura. Non si sa mai se si vede una cosa o il suo riflesso, il cielo o il suo riflesso, l’albero o il suo riflesso, se l’albero è davanti o dietro." Il francese seduce e coinvolge lo spettatore in un gioco di alternanza immagini reali-immagini riflesse attraverso il ricorso a tre file parallele di prospetti in vetro, indipendenti l’uno dall’altro ma legati da una scacchiera pieni-vuoti della superficie vetrata. Come tre membrane che dalla pelle, alternativamente "bucata", conducono in profondità, verso il corpo che rivestono.

1987. Ma la Fondazione Cartier ha un precedente eccellente: l’Istituto del Mondo Arabo. Qui la comunicazione fra uomo e edifico avviene, oltre che a scala architettonica, a livello antropologico-culturale. Il prospetto diventa metafora di un’osmosi comunicativa fra culture diverse.
L’incontro è mediato da un prospetto di 240 diaframmi in acciaio, che richiamano nel ricamo i mushrabiyyas arabi, azionati da cellule fotoelettriche governate da un elaboratore centrale, che reagiscono all’intensità della luce modulandola all’interno dell’architettura. Esattamente come l’iride di un occhio.

© photo Deidi Von Schaewen

Istituto del Mondo Arabo, Jean Nouvel, Parigi, 1987
“L'architettura deve ormai significare, comunicare, raccontare... deve rivolgersi più all'anima che alla vista... e per conseguire queste finalità, ogni espediente è concesso...” (Jean Nouvel)

2001. Con Gianni Ranaulo si incomincia a parlare di "light architecture": nebulizzazioni d’acqua, fibre di carbonio, vetri fotovoltaici, materiali gonfiabili diventano le tecnologie capaci di creare piccoli "elettroshock per le zone addormentate della città". Leggerezza, movimento e informazione sono le categorie votate all’affermazione di un'architettura eterea in grado di proporre una nuova interattività fra città e cittadino. Per il golfo di Napoli Ranaulo concepisce le Virtual Towers, torri di memoria saracena che diventano veicoli di informazione: realizzate in fibre di carbonio e invisibili durante il giorno, sbocciano visivamente di notte nutrendosi dell’acqua marina e creando degli anelli immateriali sui quali vengono proiettate immagini pubblicitarie. Per Caserta l'architetto propone di collocare un megaschermo translucido sulla facciata di un edificio. Gesto semplice, architettonicamente quasi banale, ma in grado di suscitare un immaginario permanente.

© photo Gianni Ranaulo

Liquid Square, Gianni Ranaulo, Caserta, 2001

2000. Venti anni dopo il Centre Pompidou, Piano esprime la sua idea di prospetto mutevole e mediale con il progetto per il KPN Telecon Office Tower a Rotterdam. L’edificio si fa vettore di comunicazione: la facciata diventa "schermo che guarda la piazza" capace di proiettare animazioni grafiche, messaggi visivi, informazioni sugli eventi in corso fino a due chilometri di distanza grazie a 896 speciali lampadine da 24 volts. Una serie di computer azionano la facciata a pixel, consentendo loro di accendersi e spegnersi due volte al secondo su una superficie di 3.600 metri quadrati. L’inerzia del prospetto tradizionale sposa le logiche mobili e sequenziali del cinema: omaggio alla cinematografia urbana nella terra di Koolhaas. L’architettura indossa il suo nuovo abito mediale, il mediabuilding è realtà. L’edificio dotato di facciata interattiva e multimediale fa il suo ingresso nello scenario metropolitano proponendo l’interazione cittadino-architettura come osmosi informativa. Il cittadino "informa" la città e l’architettura dei suoi movimenti, queste rispondono attraverso vesti comunicative mobili e adattive.

© photo Studio Dumbar

KPN Telecom Office Tower, Renzo Piano, Rotterdam, 2000
“Più che di una torre parlerei di un edificio alto, di un grande schermo che guarda la piazza.” (Renzo Piano)


1999. A New York Fox & Fowle realizzano il Four Times Square, un grattacielo abbigliato di led che esprimono svariate combinazioni di luce, colori e immagini. L'impatto è notevole e catalizza l'attenzione del cittadino più trafelato. Impossibile non essere rapiti da un megaschermo capace di visualizzare contemporaneamente 8 filmati diversi che girano a velocità esponenziale: pubblicità e notizie riguardanti titoli di borsa si susseguono senza posa incarnando la cifra delle spot architecture. Network via satellite e via cavo veicolano suoni, informazioni e video della cultura della rapidità e della mobilità.

© photo Jeff Goldberg/Esto

The Condé Nast Building @, Fox & Fowle, New York, 1999
“The Condé Nast Building @ Four Times Square raccoglie un insieme di riferimenti: storici, futuristici, ed altri ancora inerenti le nuove modalità di illuminazione delle super insegne commerciali.” (Bruce F. Fowle)


2004. Peter Cook e Colin Fournier hanno terminato i lavori per l’ampliamento della Kunsthaus di Graz, nella quale il nuovo repertorio digitale si accosta ad una preesistenza storica, L’Eisernes Haus, edificio in ghisa classe 1847. L’idea rimanda ad un cuore elettronico computerizzato che in superficie esplicita le sue pulsazioni attraverso cambiamenti cromatici e sequenze di immagini e di testi, che si formano dall'illuminazione alternata di apposite luci. La tecnologia digitale dei pixel sposa la tecnologia industriale dei primi prefabbricati in ghisa. Il passo è ardito, lo spartito compositivo di grande effetto comunicativo: solo Cook, ex Archigram, poteva concepire la Kunsthaus.

© photo Niki Lackner

Kunsthaus, Peter Cook e Colin Fournier, Graz, 2004
“Mentre l'interno dell'edificio ispira una sorta di "black box of hidden tricks", la superficie esterna è un prospetto multimediale capace di mutare il proprio aspetto elettronicamente.” (Colin Fournier)

In itinere. Negli ultimi anni la tecnologia digitale ha fatto il suo ingresso nello scenario architettonico della città eterna. A Roma Massimiliano Fuksas sta lavorando al progetto per l’edificio dell’Agenzia Spaziale. In un’intervista rilasciata a Rai Educational ha raccontato: “Credo che l'Agenzia Spaziale sia completamente presa dalle nuove tecnologie. La facciata non è più una facciata: diventa uno schermo cioè un luogo di informazione. Non è più decorazione ma diventa immagine. È una facciata che può cambiare colore o densità, può essere trasparente, traslucida o opaca, sulla quale si può proiettare. In tal modo, la gente che passa può vedere il lancio a Cape Canaveral di un satellite oppure quello che succede all'interno, nell'area del museo. È un uso che dà maggiori informazioni: la tecnologia è dare maggiori informazioni.”

2002. Con Eyebeam di Leeser Architecture il museo perde la connotazione tradizionale di cassaforte di oggetti per diventare dispensatore di informazioni. L'edificio è pensato come un laboratorio capace di attivare l'interazione fra artista, arte e pubblico. Il prospetto a pixel monocromatici a bassa risoluzione viene manipolato dall'artista per cambiarne continuamente l'aspetto.
Una sorgente di luce colorata sul pavimento del percorso, visibile dalla strada, informa circa i movimenti e l’uso degli spazi da parte del visitatore. “L'edificio diventa un'interfaccia tra il visitatore e l'artista, tra il fisico ed il virtuale.”

© photo Oosterhuis

Saltwaterpavilion, Kas Oosterhuis, Neeltje Jans Zeeland, 1997
“L'architettura è l'obiettivo dell'invasione tecnologica. Essa è entrata a far parte di reti e connessioni globali. Interagisce con databases in tempo reale e varia continuamente foggia e contenuti. L'architettura ha smesso di presentarsi statica e definitiva. L'aspetto esterno degli edifici muterà imprevedibilmente, come le condizioni atmosferiche. L'architettura diventa selvaggia.” (Kas Oosterhuis)

1997. Con il Padiglione dell’acqua salata Oosterhuis introduce un concetto ancora più sofisticato e complesso del mediabuilding. L’obiettivo è quello di concepire un’architettura sensibile nel suo complesso, non più solo in prospetto, agli stimoli provenienti dall’esterno. Trans_Ports 2001 ne è la logica conseguenza ed il risultato più estremo: l’architettura diventa un corpo che pulsa, respira, si rilassa e si irrigidisce, proprio come un muscolo, in funzione del vento. Alla volta del musclebuilding. Le opere di Oosterhuis sono certamente vettori di profonda innovazione, anche se rasentano ancora una certa elucubrazione spaziale. Come pure i lavori di Marcos Novak, il primo ad introdurre il concetto di hypersurface: una superficie murale può essere sfondata con un sistema di comunicazione ad interfaccia elettronica. Secondo Novak il nuovo materiale della “transmodernità” è invisibile ma concretamente efficace: la realtà virtuale. La sfida consiste in altri termini nella possibilità di innescare un dialogo fra la fisicità e il virtuale, di concepire l’architettura come uno spazio pluridimensionale che sia capace di superare i vincoli della realtà “x, y, z” per approdare alle prospettive aperte dalla dimensione digitale. In una parola, Transarchitecture.

Avanzatissima in tal senso è la ricerca di Paul Verschure sugli ambienti immersivi intelligenti dotati di pareti e pavimenti interattivi. “ADA – the intelligent space” è un padiglione interattivo presentato all’Esposizione Nazionale Svizzera Expo.02 e progettato dall’Istituto di Neuroinformatica di Zurigo. Psicologo di formazione, Verschure concepisce ambienti dotati di una personalità senso-motoria capace di creare relazioni neurali con i suoi visitatori. Nasce un ambiente che reagisce come una persona e che come le persone è capace di interagire emozionalmente, pur rimanendo una macchina. Le pareti e i pavimenti di ADA “si intrattengono” con i suoi visitatori: esse usano i modelli neurali di apprendimento dell’essere umano e attraverso suoni e luci stabiliscono un dialogo individuale con ciascuno dei visitatori, con alcuni dei quali, quando ne percepiscono la disponibilità, sperimentano delle esperienze ludiche. Se i visitatori non reagiscono ad un gioco, ADA lo interrompe e riprova in un secondo momento.

© photo Christine Sidler

ADA - the intelligent space, Paul Verschure, Zurigo, 2002

In un’intervista rilasciata a François Burkhardt e comparsa sul primo numero di "Crossing", Paul Virilio dichiara: "L'architettura sta diventando un supporto all'informazione, per non dire un supporto pubblicitario in senso lato, un supporto mediatico... il Gotico elettronico dei mediabuilding illumina i crocevia - Times square per esempio - nello stesso modo in cui nella cattedrale gotica le vetrate illuminavano la navata centrale o il presbiterio per raccontare la storia della Chiesa... il tempo non è più il tempo della successione dell'alternanza tra giorno e notte, ma è quello dell'immediatezza, dell'istantaneità e dell'ubiquità; possiede cioè quelli che in passato erano gli attributi della divinità."

Potrebbe sembrare una contraddizione in termini, ma il computer sta donando sensibilità all’architettura.



Francesca Oddo, francesca@architecture.it

 

si ringrazia Matteo Zambelli per la preziosa collaborazione
 

Renzo Piano

 
Toyo Ito

 
Jean Nouvel


 

Gianni Ranaulo


 

Fox & Fowle


 

Massimiliano Fuksas

 
Thomas Leeser

 
Kas Oosterhuis

 
Marcos Novak

 
Link di approfondimento

Archigram

Centro Pompidou

Fondazione Cartier

Istituto del Mondo Arabo

Kunsthaus Graz

Agenzia Spaziale Italiana

Eyebeam

Paul F.M.J. Verschure

ADA

 







 

 
 

 
 

copyright © 2000-2004 tutti i diritti riservati.     collaboratorio®